martedì 3 marzo 2015

La fattoria degli animali, George Orwell

Un pomeriggio, al seguito della volontà dei miei genitori, mi annoiavo a casa di amici di vecchia data. Cercando ogni possibile attività per non rischiare di cadere in un lungo sonno perpetuo, decido di buttarmi sulla loro infinita libreria, mirando a niente in particolare, con l'intento di curiosare come solo i veri topi da biblioteca sanno fare.
E' così che, qualche giorno fa, mi sono imbattuta in "La fattoria degli animali".
A casa, a prendere polvere sulla libreria, ho da qualche anno l'intoccabile "1984", che un po' per timore reverenziale, un po' per mancanza di ispirazione, non avevo mai aperto.
Pensando che questo libretto satirico fosse un ottimo modo per avvicinarmi all'autore, ho cominciato la lettura quella sera stessa, ho preso in prestito il libro, e l'ho concluso il giorno dopo.

Una scrittura brillante, fluida e allegorica accompagna il lettore nella Fattoria Padronale del signor Jones, che verrà presa e governata dagli animali che la abitano, portando in scena un ritratto satirico della Rivoluzione Russa che pochi anni prima aveva segnato la storia.
I maiali (rivoluzionari), portatori di valori nuovi, di diritti fino ad a quel momento sconosciuti a tutto il resto degli animali, salgono al potere e fanno dell'uomo  il capro espiatorio di ogni male. In realtà però, questa nuova casta di governanti che si pone al di sopra degli altri poichè più intelligente, non farà che portare la fattoria al completo decadimento, sfruttando, arrichendosi ma soprattutto prendendo sempre di più le sembianze umane, fino ad arrivare a camminare sulle sole zampe posteriori, in posizione eretta.
Questa metamorfosi, questa apparente ricerca di un cambiamento che porterà il popolo a vivere in situazioni persino peggiori, fa comprendere come il cinismo e il pessimismo superpartes dell'asino Benjamin siano espressione dell'interpretazione politico-sociale dello stesso Orwell.

"La fattoria degli animali" è un racconto che fa riflettere, che narra una storia conosciuta ma dipinta con tonalità diverse. Fa comprendere come il potere, da qualunque schieramento politico provenga, è in grado di sottomettere la fragile massa di individui non pensanti.
E allora cosa vogliamo essere noi? Pecore che ripetono ciò che sentono prendendolo come legge universale? Cavalli fedeli e stacanovisti ma sacrificabili? Maiali, forse? Crudeli, tiranni, parassiti ma "superiori"?
Meglio essere cinici muli, ci dice Orwell, e non lasciarsi scalfire da qualsiasi tentativo illusorio di cambiamento.
Forse una visione troppo pessimistica, ma davanti al crollo dell'umanità, l'individuo che può fare?




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